Gaetano Anzisi

E-citizen come sconfiggere il Digital Divide!

Ho trovato oggi sul Web un portale LabornetFilas che ha come obiettivo quello di connettere il mondo dell’impresa, dell’università e della formazione. Sorvolando sulla complessità del nome (non voglio immaginarmi una persona che detta al telefono un indirizzo e-mail nome.cognome@labornetfilas.it) e tralasciando anche le attività che intende svolgere (viste e riviste in centinaia di consorzi e associazioni pubbliche e private), mi ha destato interesse il canale Lazio e-Citizen per promuovere la “digitalizzazione del cittadino della regione lazio“. Il progetto è dedicato a quei cittadini che vogliono acquisire le conoscenze di base per poter utilizzare Internet ed accedere ai vari servizi e alle informazioni oggi disponibili in Rete (e-government, home-banking, acquisti on-line, posta elettronica) per diventare appunto degli e-citizen. In linea con le direttive europee sulla rinnovata strategia di Lisbona affronta il digital divide in termini di genere, fascia di età e competenze necessarie per l’abilitazione all’uso dei nuovi media. In sintesi sono disponibili corsi di formazione gratuti per chiunque avesse bisogno di accedere alla Rete e di usufruire di servizi web. Spero che l’iniziativa sia concreta e che sia un altro piccolo passo per consentire un’evoluzione del nostro BelPaese verso gli standard europei e del resto del mondo. Speriamo che non si metta troppo in mezzo la politica…

Allarghiamo la visione (2 di 3)
Un
nuovo media entra nella cultura di una comunità e si propaga attraverso diversi canali (marketing, opinion leader, passa parola, il tempo, etc.) ma spesso le regole del mercato cioè della vendita deviano il vero valore d’uso che ha quel determinato bene. E questo avviene specialmente per prodotti tecnologici. In particolare nel
mercato della tecnologia in Italia
questo avviene in continuazione. Faccio un esempio la Nokia produce il nuovo smartphone con sistema operativo symbian, fotocamerda da 3 mega pixel, wi-fi, sincronizzazione con outlook e tante altre funzionalità. Le abilità dei canali commerciali riescono a vendere un apparato tanto sofisticato e spesso anche ad un prezzo elevato ad un’utenza che forse oltre all’invio e ricezione di telefonate riesce anche a memorizzare qualche numero sulla rubrica. In questo contesto si verifica l’induzione al possesso e non all’uso del prodotto. In questo scenario io ammiro la forza della comunicazione commerciale che riesce a vendere qualsiasi apparato tecnologico alla casalinga 50enne ma credo che in questo scenario manchi un anello nella catena: dalla produzione fino all’acquisto e quindi all’uso del prodotto da parte dell’utente finale.
I fattori che alterano la vita del prodotto HI-TECH possono essere molteplici: un’analisi di marketing errata su potenziali target di riferimento; un’eccessiva distanza progettuale rispetto all’effettiva domanda. Ma lasciamo i meccanismi del mercato che comunque riescono a vendere a chiunque un palmare configurato per utilizzare il Voip anche se gli operatori telefonici non lo consentono.
>> L’anello mancante 3 di 3

L’anello mancante (3 di 3)

In Italia il gap è determinato dalla mancanza di conoscenza di cosa si può fare con quell’apparato e di quale vantaggi puoi avere non tanto nell’acquistarlo ma nell’usarlo. Faccio un esempio: siamo ormai nel 2007 e mi chiedo quale perverso motivo spinge le persone ad andare ancora presso un ufficio postale e mettersi in fila per pagare le bollette delle utenze domestiche. Esistono almeno due alternative: il RID cioè l’addebito sul proprio conto corrente oppure l’Home Banking cioè la possibilità di accedere attraverso un sito internet al proprio conto corrente e pagare la bolletta. L’utilizzo di questi servizi inoltre è quasi sempre gratuito mentre allo sportello della posta si paga l’operazione. Un’altro esempio è il Telepass per pagare il pedaggio autostradale. Anche qui c’è una perversione italiana di mettersi in fila al casello. Il Telepass costa un euro al mese e l’addebito dei pedaggi può avvenire su proprio conto corrente, su carta di credito oppure su banco posta. Mi sembra che in entrambi i casi il vantaggio sia enorme non solo per costi irrisori ma anche per un miglioramento della qualità della propria vita.
Ho appositamente presentato due esempi che non rientrano nell’alta tecnologia proprio per evidenziare questa mancata scolarizzazione tecnologica. L’evoluzione culturale per abbattere il digital divide non può avvenire dal basso cioè attraverso l’iniziativa del singolo che si documenta, si informa e cerca di capire quali sono i servizi di cui dispone e le modalità di accesso. L’evoluzione culturale per abbattere il digital divide in Italia deve partire dall’alto cioè dalle istituzioni, attraverso la formazione della comunità. Questo discorso può essere calato anche dentro un’azienda o in un progetto di comunicazione integrata in generale che adotta soluzioni tecnologiche avanzate: non è sufficiente progettare, realizzare e mettere a disposizione il prodotto. Questo dev’essere presentato, raccontato con un linguaggio semplice senza dare nulla di scontato. Sono necessari incontri, workshop, eventi per sensibilizzare i potenziali utentiacquirenti con un duplice vantaggio: incremento di vendite e di utilizzo della tecnologia in genere; maggior consapevolezza dell’utente finale che potrà finalmente pagare la bolletta della luce sdraiato sul divano di casa.

Amplificazioni mediatiche
Si parla di bullismo in questi giorni come se improvvisamente tutti i ragazzi delle scuole si fossero trasformati – colpiti da un virus che ha alterato i loro comportamenti – in mostri aggressivi e pericolosi che maltrattano e picchiano i loro coetanei.
Si parla in questi giorni dell’esplosione di violenza a Napoli come se nell’ultimo mese la Camorra avesse preso il sopravvento nella città mettendola a ferro e fuoco.
Numerosi sono gli argomenti trattati ormai solo in modo sensazionale dai Mass Media (vedi ad esempio la morte di Mario Merola) che con velocità supersonica passano attraverso la tv, la radio, i giornali, i telefoni cellulari, i computer fino a raggiungere i nostri sensi sempre più pigri e passivi. Con la stessa rapidità con cui sono entrati nella nostra vita (ir)reale svaniscono o forse si collocano nell’oblìo delle memorie collettive digitali.
Dove sono finiti i ragazzi dei sassi dai cavalcavia? Quelli che lanciavano pietre enormi sulle auto in corsa sull’autostrada? In tutta Italia era esplosa un epidemia? Ricordate? Era una rara sindrome che in gergo si chiama “lancia il sasso dal cavalcavia e scappa”. Se solo i mezzi di comunicazione non avessero lanciato la Notizia forse le forze dell’ordine avrebbero condotto delle indagini rapide e arrestato il gruppo di ragazzi che aveva commesso il fatto. E invece la Notizia è finita sulle prime pagine di tutti i giornali, nei TG di prima serata. Da quel momento si è dilagata l’epidemia: tutti lanciavano sassi dai cavalcavia come fosse uno sport nazionale riconosciuto dal CONI!
Ironia a parte ho la sensazione di vivere in un reality show dove tutto succede come se fosse finzione-reale. Forse sono un pò troppo apocalittico ma in Italia sta esplodendo l’ennesimo caso mediatico dovuto ad una incapacità di relazione tra il mittente e il ricevente. Google e in particolare il portale Google Video sono stati citati in tribunale per il video girato con un telefonino che riprendeva il ragazzo con la sindrome di down che veniva maltrattato dai suoi compagni si scuola…
Non voglio entrare nel merito dei fatti, della notizia, del caso ma solo dell’aspetto mediatico e non posso far altro che citare il mio amico Andrea Campanozzi:

“…Io rifletto sul fatto che la dimensione storica di un avvenimento, durante il suo svolgersi, cioè nella contemporaneità, è oggi risolta nella dimensione pubblica; e la dimensione pubblica è dispiegata dai media.
I media mettono in scena i criteri interpretativi di un fatto. Ecco perché, in certa misura, le cose non accadrebbero – cioé non accadrebbero così come le conosciamo – se i media non ne parlassero…” (Il Posto dei Funghi dal post Un Cosiglio )

In pratica un evento solo se finisce nell’Agenda Setting dei Mass Media diventa la Realtà di noi tutti per il semplice fatto che l’immaginario collettivo viene rappresentato soltanto dalla Cultura Massmediatica. I ragazzi che aggrediscono quelli più deboli sono sempre esistiti nelle scuole, nella parrocchia, al parco ma non veniva amplificato dalla Televisione Nazionale o ancora di più da un Portale Internet che potenzialmente può essere visto dal mondo intero. Un caso del genere pochi anni fa si sarebbe risolto in modo circoscritto con l’intervento dei genitori e dei docenti. Oggi invece l’opinione pubblica sta andando a caccia di bulli rendendoli famosi e noti.
E quindi? Ora le istituzioni, la politica in genere si prepara ad intervenire per controllare le coscienze, per filtrare la comunicazione, per salvaguardare i minori o i soggetti più a rischio.
Il problema non sarà risolto fino a quando non ci sarà la capacità di relazionarsi in modo critico all’universo mediatico , con cognizione di causa cioè con le competenze necessarie per distinguere la finzione dalla realtà. Tali competenze dovrebbero essere acquisite nei primi anni dell’infanzia attraverso la presenza dei genitori ma soprattutto attraverso specialisti della comunicazione che insegnino modalità di fruizione e tecniche di apprendimento.